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Ansia e depressione: gli esami del sangue per escludere le cause fisiche

Ansia e depressione

E se non fosse (solo) la testa? Quando conviene indagare anche il corpo.

Per molto tempo ansia e depressione sono state considerate questioni “della mente”, separate dal corpo. La medicina moderna racconta una storia diversa: corpo e cervello dialogano di continuo attraverso ormoni, vitamine, minerali e molecole dell’infiammazione. Quando questa chimica si sbilancia, i sintomi che ne derivano — stanchezza, insonnia, irritabilità, mancanza di motivazione, attacchi di panico — possono essere indistinguibili da quelli di un disturbo psichiatrico.

La conseguenza pratica è importante: prima di attribuire un malessere unicamente a fattori psicologici, ha senso escludere le cause fisiche con alcuni esami del sangue mirati. Non per sostituire lo psicologo o lo psichiatra, ma per affiancarli con un dato oggettivo. In alcuni casi, correggere una carenza o una disfunzione riporta l’equilibrio; in altri, permette semplicemente di impostare la cura giusta senza perdere tempo prezioso.

Un problema tutt’altro che raro

Secondo una ricerca del 2025 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo convivono con la depressione circa 332 milioni di persone, mentre i disturbi d’ansia sono la condizione mentale più diffusa in assoluto, con oltre 359 milioni di casi. In Italia l’Istat stima che circa il 7% della popolazione oltre i 14 anni — 3,7 milioni di persone — abbia sofferto nell’arco di un anno di disturbi ansioso-depressivi, con una prevalenza che cresce con l’età.

La “Trilogia Biologica” della salute mentale

Molti sintomi attribuiti all’ansia o alla depressione nascono in realtà da squilibri fisici facilmente misurabili con un semplice prelievo. Tre grandi “imitatori” meritano un’attenzione particolare: la tiroide, le carenze nutrizionali e l’asse intestino-cervello.

La tiroide: il regolatore dell’umore

La tiroide governa il metabolismo di ogni cellula, cervello compreso. Quando lavora troppo poco (ipotiroidismo), rallenta tutto: compaiono stanchezza profonda, “nebbia cognitiva”, rallentamento, apatia — un quadro sovrapponibile a quello della depressione maggiore. Quando invece lavora troppo (ipertiroidismo), accelera l’organismo e può scatenare nervosismo, tachicardia, insonnia e veri e propri attacchi di panico.

Il legame non è aneddotico. Una revisione sistematica su oltre 100.000 soggetti ha mostrato che chi presenta un ipotiroidismo subclinico (TSH elevato con ormoni tiroidei ancora nella norma) ha un rischio di depressione quasi doppio rispetto a chi ha una tiroide sana.  In una popolazione italiana con ipotiroidismo subclinico, i sintomi depressivi arrivavano a interessare il 63,5% dei pazienti.

Gli esami chiave sono semplici e diffusi: TSH come primo filtro, affiancato da FT3 e FT4 per fotografare la funzione tiroidea. In presenza di sospetta tiroidite autoimmune si aggiungono gli anticorpi (anti-TPO, anti-Tg).

Vitamina D, B12 e ferro: quando manca il carburante

Il cervello è un organo ad altissimo consumo energetico: se manca il “carburante”, ne risente l’umore. La vitamina D ne è un esempio: i suoi recettori sono distribuiti in aree cerebrali coinvolte nella regolazione dell’umore, e partecipa alla sintesi della serotonina. Diversi studi collegano livelli bassi (< 20 ng/mL) a un rischio più elevato di sintomi depressivi, con un impatto particolarmente studiato sull’ansia e sulla depressione stagionale. [6]

Anche le carenze di vitamina B12 e di ferro (anemia) “tolgono energia” al sistema nervoso e possono imitare stati depressivi, con stanchezza, difficoltà di concentrazione e calo dell’umore. La B12 è essenziale per la formazione dei globuli rossi e per il funzionamento del sistema nervoso; la sua carenza è tutt’altro che rara, soprattutto dopo i 60 anni, dove le forme subcliniche interessano circa 1 persona su 5.

In sintesi, se dovessimo consigliare un pannello di partenza ragionevole comprenderebbe: Vitamina D (25-OH), Vitamina B12, folati, ferritina ed emocromo. Sono esami economici che, in caso di carenza, indicano un intervento correttivo semplice e ad alto potenziale di beneficio.

L’asse intestino-cervello

È uno degli ambiti più affascinanti della ricerca recente. Circa il 90% della serotonina — uno dei principali neurotrasmettitori del buonumore — non viene prodotto nel cervello, ma nell’intestino, dove la flora batterica (microbiota) svolge un ruolo di regia. Un microbiota alterato, un’infiammazione intestinale o alcune intolleranze alimentari possono così riflettersi sul tono dell’umore.

Su questo fronte gli esami sono più esplorativi che diagnostici in senso stretto, e vanno interpretati sempre con il medico: si va dai test sul microbiota intestinale, ai marcatori di permeabilità e infiammazione intestinale, al dosaggio della serotonina fino agli accertamenti su intolleranze e celiachia quando il quadro clinico lo suggerisce.

Ormoni dello stress e burnout: il cortisolo

Il cortisolo è l’ormone dello stress per eccellenza. In dosi giuste ci tiene svegli, reattivi e concentrati; è pensato per gestire un pericolo momentaneo e poi rientrare. Il problema nasce quando lo stress diventa cronico e il cortisolo resta costantemente alto.

Un cortisolo perennemente elevato distrugge il sonno, alimenta l’ansia e altera i ritmi biologici (il cosiddetto ritmo circadiano). Con il tempo, l’organismo può andare in riserva: la curva del cortisolo si appiattisce e crolla, e si entra nel territorio del burnout, l’esaurimento psicofisico fatto di spossatezza, distacco e sensazione di non farcela più.

Poiché il cortisolo segue un ritmo giornaliero, ha senso misurarlo tenendo conto dell’orario: il cortisolo ematico del mattino è il punto di partenza, mentre il cortisolo ematico pomeridiano o la raccolta nelle urine delle 24 ore aiutano a valutare l’andamento nell’arco della giornata. L’obiettivo è cogliere lo sbilanciamento prima che diventi burnout conclamato.

L’infiammazione silenziosa e la depressione

Una delle scoperte più importanti della psichiatria moderna è la teoria infiammatoria della depressione. L’idea, semplificata: un’infiammazione cronica di basso grado, diffusa e silenziosa, può oltrepassare la barriera che protegge il cervello e alterare la produzione e l’equilibrio dei neurotrasmettitori, favorendo sintomi depressivi.

I numeri danno sostanza alla teoria. Una meta-analisi su oltre 13.500 pazienti con depressione ha rilevato uno stato di infiammazione di basso grado (PCR > 3 mg/L) in circa il 27% dei casi, e valori di PCR lievemente elevati in oltre la metà dei pazienti. In un ampio studio di popolazione su oltre 73.000 persone, all’aumentare della PCR cresceva progressivamente il rischio di disagio psicologico e depressione.

Il bello è che gli esami per intercettare questo stato sono tra i più semplici e diffusi: la PCR (Proteina C Reattiva), meglio nella versione ad alta sensibilità (hs-PCR), e la VES (velocità di eritrosedimentazione). Non sono test “per la depressione” — nessun esame lo è — ma marcatori dello stato infiammatorio generale che, letti nel contesto clinico, aggiungono un tassello utile al quadro.

Gli esami in sintesi

Ecco un quadro d’insieme dei principali accertamenti citati. È un punto di partenza per il dialogo con il medico, e non, ovviamente, uno schema di autoprescrizione.

EsameCosa indaga                                             Quando ha senso richiederlo
TSH, FT3, FT4Funzione tiroidea (ipo/ipertiroidismo)Stanchezza, rallentamento, oppure agitazione e palpitazioni
Vitamina D (25-OH)Carenza legata a umore e stagionalitàAstenia, calo dell’umore, sintomi stagionali
Vitamina B12 e folatiSalute del sistema nervosoStanchezza, difficoltà di concentrazione
Ferritina ed emocromoFerro e anemiaSpossatezza, “mancanza di energie”
Cortisolo (mattino/pomeriggio)Asse dello stress e ritmo circadianoStress cronico, insonnia, sospetto burnout
PCR / hs-PCR e VESInfiammazione di basso gradoQuadro depressivo con possibile componente infiammatoria

Curarsi a 360°

Ansia e depressione sono condizioni reali, serie e curabili, e non sono “colpa” di chi le vive. Escludere le cause fisiche non significa negare la dimensione psicologica del disagio: significa prendersene cura a 360 gradi. Un prelievo non sostituisce un percorso psicoterapeutico o una valutazione psichiatrica, ma può orientare la diagnosi, evitare cure inefficaci e, a volte, risolvere alla radice un malessere che sembrava solo “mentale”.

Se ti riconosci in questi sintomi, il primo passo è parlarne con il tuo medico: sarà lui a indicare quali tra gli accertamenti hanno senso nel tuo caso specifico, e a leggerli insieme al resto della tua storia clinica. Se vuoi avere informazioni in merito agli esami sopra indicati e hai bisogno di qualsiasi chiarimento, contattaci e saremo lieti di aiutarti.

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